Le janàre

‹‹Sott’àcqua e sòtta vjèntë, sòtt’a la nòcë dë Benevièntë!(Sotto l’acqua e sotto il vento, sotto il noce di Benevento››: era questa la formula che le malefiche donne ripetevano per ben tre volte e, dopo aver cosparso il proprio corpo di unguenti magici, spiccavano in volo dirigendosi in luoghi non molto distanti.

La janara solitamente si recava in casa di vicini per mettere in atto piccole vendette mossa da sentimenti personali oppure per prendere parte alle periodiche riunioni ufficiali, i cosiddetti sabba.

Spesso ella agiva in modo da rivendicare scortesie ricevute o per esprimere con forza quella personalità femminile repressa dalla società.

La perfida donna riusciva ad entrare nelle abitazioni attraverso piccole fessure o solo oltrepassando il buco della serratura.

Il suo arrivo era in genere segnalato da un soffio di vento improvviso.

Bersaglio prediletto erano i bambini che venivano paralizzati facendo pressione sul petto e togliendo loro il respiro.

Per tale motivo, un’usanza radicata nel Sannio, persa solo da qualche decennio, era l’abbetièllë, termine dialettale che indica un amuleto a forma di cuscinetto contenente piccoli oggetti metallici, l’immagine di un santino ed erbe magiche, che ogni mamma appendeva al collo di ogni figlio in segno di protezione.

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